A proposito dell’intervista a Claude Aubert, un “pioniere del biologico”

a cura di Paolo Di Luzio

Uno dei primi testi che mi capitò di leggere sull’agricoltura biologica, nei primi anni ’80, era stato scritto da un agronomo francese, Claude Aubert, in modo semplice, ma con chiare basi scientifiche. In una recente intervista reperita online, Aubert, ormai in pensione, fa alcune considerazioni importanti, scaturite dalla sua esperienza. La cosa che più mi ha colpito è che egli notò già, nella sua prima esperienza lavorativa in Africa tra fine anni 50 e anni 70, come, quando ancora non si parlava di agricoltura biologica, la diffusione dei moderni mezzi tecnici, concimi e pesticidi di sintesi, aveva portato, visibilmente, nel corso di 20-30 anni al degrado di molti suoli agricoli. La stessa cosa si è verificata e si verifica nei climi temperati ma qui da noi i tempi sono più lunghi e quindi possono far sfuggire, alla percezione ed all’osservazione di un singolo osservatore, l’entità del problema.

In questi giorni, con gli eventi siccitosi al top dell’attenzione, capita di notare nei media una certa attenzione sui problemi dell’agricoltura causati dai cambiamenti climatici. Si tende però a prefigurare possibili soluzioni come l’introduzione di nuove colture oppure il ricorso a tecnologie (micro-irrigazione, agricoltura di precisione ecc.) che riducano al minimo il consumo di acqua. Si dimentica però una cosa fondamentale: il caldo e la siccità, prima ancora di danneggiare o impedire la crescita delle piante, fanno male alla vita del terreno, tendono a sterilizzarlo perché anche i preziosi microrganismi e la microfauna vedono falcidiata la loro popolazione.

E allora vanno bene le tecnologie e l’innovazione, ma soprattutto non dobbiamo mai dimenticare il principio base dell’agricoltura biologica: è la sanità del suolo, la sua ricchezza in sostanza organica, viva, poi morta, ma che rinascerà di nuovo, a dovere guidare gli agricoltori nelle loro scelte; non dimentichiamo le leguminose, i sovesci, evitare lavorazioni profonde, se ne abbiamo diamo fertilizzante organico, diamo da mangiare e bere ai microrganismi del terreno…

In questo senso è opportuno anche un ragionamento sul “biologico industriale” di cui parla Aubert nella sua intervista. È giusto e ci fa piacere che il metodo di produzione biologico si sia diffuso, in questi ultimi decenni, a un’ampia platea di aziende, tra cui anche gruppi agro-industriali piuttosto importanti che, evidentemente, coinvolgono aziende agricole anche di medio-grandi dimensioni che si sono riconvertite. I Pionieri del biologico, quelli per esempio in Italia da cui è nata, negli ultimi decenni del secolo scorso la commissione “Cos’è il Biologico” da cui è derivata AIAB, non sono più soli. Questo però non può significare che, in nome dell’efficienza, dell’organizzazione, dell’economia di scala, della programmazione delle colture, si trascurino i principi base su cui si basa il biologico.

Tra gli aspetti più negativi che Aubert individua nel cosiddetto “biologico industriale” (si riferisce in particolare alla situazione francese, ma credo il discorso possa estendersi anche in certe situazioni da noi) è la scarsa importanza che talvolta viene data alle rotazioni, fino addirittura ad approdare a situazioni quasi da monocoltura, pur rispettando il divieto d’uso di pesticidi e concimi di sintesi.

Cosa bisogna fare per contrastare questa deriva negativa? Aubert dice che bisognerebbe migliorare il disciplinare dell’agricoltura biologica che oggi, per esempio, non sottolinea in particolare la biodiversità nelle colture. E questa è un’aberrazione. In passato non succedeva perché tutti gli agricoltori biologici conducevano aziende a policoltura e allevamento, il che determinava naturalmente una biodiversità.

Secondo il mio modesto parere, quando Aubert dice “c’è chi fa monocoltura in biologico” quello, ebbene sì, NON E’ BIOLOGICO e sarebbe molto grave se queste situazioni passassero le maglie dei controlli in Francia o altrove.

Un aspetto che rende difficile la separazione tra biologico puro e biologico industriale sta nell’economia di scala: siamo tutti d’accordo che sarebbe bellissimo poter fare aziende a circuito chiuso, dalla produzione del proprio stallatico alla commercializzazione del prodotto trasformato, ma nella maggior parte delle situazioni chi produce, che so, grano biologico, lo colloca in un mercato che poi finisce nella “pasta biologica industriale”. E questo avviene perché la sua organizzazione aziendale non gli consente di fare diversamente. E quindi per queste situazioni di confine (diciamo così) bisognerebbe codificare e mettere in atto, a livello di regolamento, delle strategie di controllo e certificazione che, invece di essere inutilmente vessatorie e “cartacee”, vadano ad individuare meglio eventuali criticità, anomalie e possibili soluzioni. In questo senso l’idea, che traspare dall’intervista ad Aubert, della possibilità di misurare e codificare la biodiversità presente nelle aziende biologiche mi sembra molto interessante.

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